Tuttosport: “Cinque anni fa la pandemia. E tutto il mondo si fermò «Ma la lezione non è servita»”

Cinque anni fa il mondo si fermava, travolto da una pandemia che ha cambiato la storia recente. Il Covid-19 ha stravolto vite, abitudini e certezze, proiettando l’Italia e il mondo intero in uno scenario che sembrava uscito da un romanzo di fantascienza. Eppure era tutto reale.

Con 187.551 decessi, l’Italia si è tristemente posizionata tra i Paesi più colpiti in Europa e nel mondo. Ma oggi, a distanza di cinque anni, la memoria collettiva sembra essersi assottigliata. È quanto denuncia il Professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, intervistato da Tuttosport.

«La memoria corta degli italiani»
«La lezione è stata ben poca» esordisce Bassetti. «Gli italiani hanno memoria cortissima, soprattutto chi non ha perso un familiare o non è stato colpito duramente dal virus. All’inizio, c’era grande unità, con medici, infermieri e operatori sanitari visti come eroi. Ma appena si è capito che non era la fine del mondo, si è tornati alle solite divisioni e la politica ha fatto la sua parte nel peggiorare le cose».

Il professor Bassetti ricorda bene i momenti drammatici vissuti in corsia: «Una sera, uscendo dal San Martino alle sette e mezza, vidi tredici ambulanze in fila fuori dal pronto soccorso. Sapevo che c’era solo un posto letto disponibile. È un’immagine che non dimenticherò mai».

Un altro ricordo indelebile è quello della prima paziente positiva a Genova: «Quando le dissi che aveva il Covid, lessi il terrore nei suoi occhi, come se le avessi annunciato la condanna a morte. Alla fine è guarita e tornata a casa, ma i suoi occhi mi sono rimasti impressi».

«La partita Atalanta-Valencia fu un errore»
La pandemia fermò tutto, persino il calcio, che nella sua storia aveva conosciuto uno stop solo durante i conflitti bellici. Tuttavia, ci furono decisioni che oggi vengono considerate errori gravi. Una su tutte? Atalanta-Valencia di Champions League, giocata a San Siro il 19 febbraio 2020.

«Quella partita non andava giocata» dichiara Bassetti a Tuttosport. «Radunare 50-60 mila persone quando il virus era già qui fu un atto sconsiderato. Non è un caso che l’esplosione dei contagi a Bergamo avvenne proprio dopo quella gara. Fu una vera e propria bomba biologica».

Poi arrivarono gli stadi vuoti, le immagini surreali delle partite giocate senza pubblico e il lungo stop ai campionati. Anche il campionato di Serie A si fermò il 9 marzo 2020, con la celebre immagine di Caputo che, dopo aver segnato in Sassuolo-Brescia, mostrò un cartello con scritto: «Andrà tutto bene, restate a casa».

«Il calcio si fermò per salvare vite»
«In quel momento il calcio doveva fermarsi» continua Bassetti. «Ero d’accordo con la sospensione: bisognava salvare vite. Solo la Seconda Guerra Mondiale aveva fermato il campionato, ma quella volta il calcio fu messo in pausa per dare ossigeno a chi lottava tra la vita e la morte».

Eppure, il calcio non tardò a ripartire, seppur con rigidi protocolli sanitari. «In estate abbiamo ricominciato, ma con controlli infiniti. Al Genoa avrò fatto un milione di tamponi, anche quando non servivano» ricorda Bassetti, tifoso del Genoa.

Dalla pandemia alla Serie A: il curioso destino di Thiago Motta
Passando a toni più leggeri, Tuttosport ricorda al professor Bassetti un curioso dettaglio: durante quella stagione travagliata, per poche partite il Genoa fu allenato da Thiago Motta, oggi alla guida della Juventus.

«Sono sempre stato un suo tifoso, già da calciatore. In campo metteva grinta e ora le sue squadre riflettono quella stessa mentalità. Non mi sorprende che sia arrivato alla Juve, era un predestinato» commenta Bassetti.

«Abbiamo dimenticato troppo in fretta»
Riflettendo sul presente, Bassetti si mostra critico verso l’attuale percezione della pandemia nella società: «Abbiamo dimenticato troppo in fretta quel periodo. Rimuovere la memoria di quegli anni è un errore. Ci sono state lezioni importanti che andavano imparate, ma spesso siamo stati sordi».

E anche il calcio, che in quel periodo sembrava una priorità secondaria, è tornato ad essere l’ossessione collettiva, dimenticando i giorni in cui gli stadi vuoti erano il simbolo di un mondo ferito.

La speranza del professore è che almeno chi ha perso qualcosa – o qualcuno – non dimentichi più quel periodo, e che si continui a riflettere su ciò che è stato, per evitare che la storia si ripeta senza che si sia imparato nulla.